Tabernacolo del Fopponino
Le tracce della Peste a Milano
Nel corso dei terribili anni della peste, Milano fu costretta a seppellire i suoi morti fuori dalle mura, nelle foppe, le fosse comuni scavate oltre le porte. Provate a immaginare lo stato disastroso e tragico di un territorio in cui non era possibile respirare, vivere, toccarsi. Gli appestati finivano nel mitico Lazzaretto di Porta Orientale, con le sue 288 celle disposte attorno a un recinto quadrato: demolito a partire dal 1882, i suoi resti vennero disseminati un po’ ovunque (LINK). Anche la splendida Rotonda della Besana (LINK) venne adibita a luogo di sepoltura, ma più tardi e per altri morti: tra il 1695 e il 1731 l’Ospedale Maggiore (LINK) la costruì come proprio foppone, per i corpi che nessuno reclamava, e la usò fino al 1792.
Si trovava un fopponino, ovvero un piccolo appezzamento di terra utilizzato come cimitero, anche in Porta Vercellina, nella zona ovest di Milano, appena fuori dalle mura spagnole. Le autorità sanitarie lo scelsero nel 1576, durante la peste di San Carlo, per le fosse degli appestati, e nel 1630, con la peste dei Promessi sposi, gli si affiancò un lazzaretto di 715 capanne con una chiesetta, San Giovannino alla Paglia, che doveva il nome alla paglia su cui si stendevano i malati. Passate le epidemie, la chiesa fu ingrandita tra il 1662 e il 1673 e dedicata ai santi Giovanni Battista e Carlo Borromeo, e il fopponino restò il cimitero della zona: nel 1787 la sua confraternita comprò dietro la chiesa dodicimila metri quadrati di terreno, dove oggi corrono via Paolo Giovio e via Andrea Verga, e nel 1882, con il nome di Cimitero di Porta Magenta, era uno dei cinque cimiteri di Milano. Ci furono sepolti l’architetto Luigi Canonica, il patriota Amatore Sciesa e Margherita Barezzi, la prima moglie di Giuseppe Verdi, morta a ventisei anni nel 1840, accanto al loro figlio Icilio, scomparso l’anno prima a quindici mesi. L’ultima sepoltura risale al 30 novembre 1895.
Del vecchio camposanto, su cui sono passate le strade e le case del quartiere, rimane oggi ben poco: la chiesetta seicentesca su piazzale Aquileia, che gli abitanti hanno restaurato con una colletta durata cinque anni e riaperto nel 2017, i due piloni dell’antico ingresso con le statue dei santi Giovanni e Carlo e, accanto, la nuova parrocchia di San Francesco d’Assisi al Fopponino, che Gio Ponti, il quale abitava a due passi, in via Dezza, costruì tra il 1961 e il 1964. Lungo la vecchia recinzione, su via San Michele del Carso, è rimasta anche la cappellina dei morti, eretta intorno al 1640: dietro una grata di ferro, su un pavimento più basso della strada, si vedono un piccolo ossario con i teschi degli appestati e un altarino addossato alla parete di fondo, mentre all’esterno, sormontata da tre teschi ormai consunti, è ancora visibile una pergamena in pietra incisa con il suo severo messaggio da brividi: Ciò che sarete voi noi siamo adesso / Chi si scorda di noi scorda se stesso. Però.