Basilica di Sant’Ambrogio
La casa del Santo Patrono
Maestosa, splendida, amata. La Basilica dedicata al santo patrono di Milano (Sant’Ambroeus) fu da lui stesso voluta e ne prese il nome dopo la sua morte: è una delle più antiche chiese della città, fatta costruire nel periodo in cui Mediolanum era capitale dell’Impero Romano d’Occidente (fu consacrata addirittura nel 386).
In assoluto una delle visite (libere e gratuite) più emozionanti e godibili da poter fare: l’ingresso con il sontuoso quadriportico è una visione imponente, ancora più profondo se passeggiato in silenzio durante le ore del mattino, nel corso della settimana. Porta ancora il nome di Ansperto, l’arcivescovo che tra l’868 e l’881 lo fece costruire per accogliere i pellegrini, e nel Medioevo fu un po’ di tutto: fienile, borsa delle granaglie, cimitero per i milanesi di rango. Date un’occhiata ai capitelli, popolati di creature con code di pesce, zampe di leone e fauci di drago, e poi alzate lo sguardo sui due campanili, che raccontano una convivenza tutt’altro che serena. Quello di destra, spoglio e più antico, era dei monaci benedettini, arrivati alla fine dell’VIII secolo. Quello di sinistra, più alto, fu costruito per i canonici tra il 1128 e il 1144, e la cella campanaria arrivò solo nel 1889! Le due comunità hanno condiviso la stessa chiesa per secoli litigando su offerte, spazi e campane, con le autorità cittadine schierate dalla parte dei monaci e quelle ecclesiastiche dalla parte dei canonici.
Una volta dentro, sentitevi pure spaesati e persi in questo enorme scrigno di storia, prima di proseguire verso la punta di diamante della Basilica: l’altare maggiore, realizzato a metà dell’800 (non milleottocento!) per celebrare il Santo. ntarsiato, decorato e dorato, è uno dei simboli più pregni di significato dell’intero edificio. Lo fece realizzare intorno all’835 l’arcivescovo Angilberto II come un prezioso reliquiario sopra il sarcofago di porfido in cui aveva riunito i tre santi: sul fronte, nell’oro, le storie di Cristo, sul retro, nell’argento dorato, quelle di Ambrogio. Sugli sportelli del retro, da cui i pellegrini sbirciavano verso la tomba, c’è Ambrogio che incorona Angilberto e un artigiano accompagnato dalla scritta «Vuolvinius magister phaber». A lungo è stata considerata la firma orgogliosa dell’orafo, ma gli studiosi più recenti la leggono in chiave biblica: all’epoca l’altare era descritto come una nuova Arca dell’Alleanza, e il suo artefice diventava così un nuovo Bezalel.
Proprio al di sotto, in una cripta, sono contenute le sue spoglie, insieme a quelle dei fratelli martiri Gervaso e Protaso (il nome originale della basilica era Basilica Martyrum). Quando nel 2018 l’abate notò una patina verdastra su alcune ossa, chiamò il LabAnOf dell’Università Statale (LINK) di Cristina Cattaneo. I risultati degli studi restituirono Gervaso e Protaso come due ragazzoni alti più di un metro e ottanta, tra i 23 e i 27 anni, probabilmente fratelli come vuole la tradizione, uno decapitato e l’altro con ferite da difesa. Ambrogio era un uomo di circa sessant’anni, alto un metro e settanta, con una vecchia frattura alla clavicola destra (ecco spiegati i dolori alla spalla di cui si lamentava nelle lettere alla sorella). Aveva anche il volto marcatamente asimmetrico, proprio come nel suo ritratto più antico, il mosaico del sacello di San Vittore in Ciel d’Oro proprio lì accanto, dove compare in abiti civili e senza aureola.
Tornate poi di sopra e perdetevi nelle innumerevoli storie che vi circondano. Divertitevi a scovare una colonna di granito con sulla sommità incastonato un serpente in bronzo (dall’altra parte della navata, la colonna gemella regge una croce). Pare sia arrivato a Milano intorno al 1001, dono dell’imperatore bizantino Basilio II all’arcivescovo Arnolfo II, partito per Costantinopoli a chiedere la mano di una principessa per conto di Ottone III (le nozze saltarono, perché l’Imperatore morì l’anno successivo). Il serpente si rifà al leggendario Serpente di Mosè; fate i bravi quando ci passate davanti, perché, che ci crediate o meno, per secoli è stato destinatario di preghiere sentitissime: la fine del mondo, a detta di chi ne sa, si verificherà quando il serpente striscerà via dalla colonna, diretto alla valle di Giosafat.
È un luogo mistico, denso, di grande identità e di profondi ricordi, con quell’aria di romanico perfetto, frutto della ricostruzione tra la fine dell’XI e la metà del XII secolo, restaurato tra Ottocento e Dopoguerra. A metà agosto del 1943 le bombe sventrarono l’abside, distruggendo gran parte del mosaico, e ridussero in macerie il portico della Canonica, sul fianco sinistro. Era il portico che Bramante aveva cominciato nel 1492 per Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro, e che rimase incompiuto quando nel 1499 i francesi cacciarono il Moro da Milano. Ha colonne che imitano tronchi d’albero, con tanto di nodi dei rami potati, ed è stato rimontato tra il 1947 e il 1949 con i pezzi recuperati fra le macerie. Sempre su disegno di Bramante sorsero i chiostri dell’ex monastero, che dal 1932 è la sede dell’Università Cattolica.
Per un brividino ulteriore, vi basta uscire di nuovo e con le spalle all’ingresso, guardare alla vostra destra: troverete una colonna, che alla base mostra due fori perfetti e simmetrici. Li avrebbe lasciati il Diavolo, che tentando di incornare Sant’Ambrogio, prontissimo a evitarlo, finì conficcato direttamente lì. Pare che dai fori salga odore di zolfo e che, accostando l’orecchio, si possano sentire scorrere le acque dello Stige, e secondo il cronista trecentesco Galvano Fiamma i sovrani del Sacro Romano Impero dovevano abbracciarla e giurare sul messale prima di ricevere la Corona Ferrea di re d’Italia.
E se avete ancora voglia di storia, proprio accanto alla colonna trovate la biglietteria di Ambrosius, il percorso inaugurato nel dicembre 2025 (questo sì, a pagamento). Vi porta nel sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, nelle sale del Capitolino e nell’Aula Ambrosii, l’antica sagrestia dei monaci mai aperta prima al pubblico, dove sono esposti i diciassette frammenti di frassino di un letto che la tradizione attribuisce al santo.