Ex Cinema Astra
La boutique con i mosaici Liberty
Per buona parte del Novecento, il salotto buono di Milano aveva una lunga schiera di cinema a fare da corridoio: per oltre mezzo secolo fu l’Astra, in pieno Corso Vittorio Emanuele II, a reggere lo scettro di più bello di tutti. Aperto nel settembre del 1941 con «È caduta una donna» di Alfredo Guarini, contava più di mille posti a sedere e un rifugio antiaereo sotterraneo, in caso di bombardamento durante le proiezioni. Era l’unico in città, e dopo le bombe dell’agosto 1943 fu tra gli otto cinema milanesi che riaprirono già il 3 settembre. Fu tra i primi ad assegnare i posti in sala, come al teatro (fino ad allora, chi prima arrivava meglio alloggiava): la cassa apriva alle dieci del mattino e la cassiera segnava con una crocetta i quadratini dei posti prenotati. Fu anche il primo cinema milanese ad affidare alle ragazze il ruolo di maschera, che accompagnava lo spettatore alla poltrona anche a sala vuota. Era, soprattutto impreziosito da sontuosi mosaici all’ingresso, dietro i quali si ricorda una storia che vale la pena raccontare.
L’atrio porta la firma dell’architetto Mario Cavallè, ma a disegnare la sala, oggetto per oggetto, fu Alessandro Rimini, lo stesso della poco distante Torre Snia Viscosa di piazza San Babila, il primo grattacielo di Milano. Tra i mosaici alle pareti nascose la silhouette della moglie Olga, che ricorre in tutti i suoi edifici e potrete divertirvi a cercarla. Rimini era ebreo, e dopo le leggi razziali del 1938 non poteva più firmare nulla: la Metro Goldwyn Mayer, per cui aveva disegnato anche la sede milanese di via Soperga, gli offrì un salvacondotto per gli Stati Uniti, ma Rimini rifiutò per non lasciare la madre gravemente malata. Arrestato su delazione, fu torturato a San Vittore e internato a Fossoli. Riuscì a scendere dal treno diretto in Polonia alla stazione di Verona fingendosi un poliziotto italiano, e visse nascosto fino alla Liberazione sotto il falso nome di Guido Lara, pittore. Nel dopoguerra tornò a disegnare cinema proprio qui sul Corso, il Corso e l’Ariston. L’Astra intanto passava alla Metro Goldwyn Mayer e diventava Metro Astra, ed è qui che i milanesi videro in 70 millimetri Ben-Hur e il Dottor Zivago.
Nel 1999 chiuse i battenti, e nel corso degli anni 2000 è stato soppiantato dalla notissima catena d’abbigliamento Zara, che proprio qui, nell’aprile del 2002, aprì il suo primo negozio italiano: nel 2011 il colosso spagnolo ha acquistato l’intero edificio per 103 milioni di euro. Zara, per fortuna, ha deciso di mantenere l’impostazione originale, strepitosamente bella anche nel controverso contesto della fast fashion. Per la riapertura dopo l’ultimo restauro, firmato nel 2018 dall’architetta spagnola Elsa Urquijo, la facciata si è accesa con una scritta luminosa: «Cinema Zara». L’ingresso con la doppia scalinata a ferro di cavallo, su due piani, lascia intatti i mosaici verde, oro, blu, rosso, e il principesco lampadario in vetro di Murano nella hall, che ai tempi del cinema un operaio raggiungeva una volta l’anno da una scala condominiale per lavarlo con l’acqua. È il caso di dirlo, vale il prezzo del biglietto.