Piazza San Fedele
Gli ultimi momenti di Alessandro Manzoni
Mezza Milano era in strada, quel giorno, stando alle cronache e ai commenti che ancora si possono scovare su giornali d’epoca e reperti. Era il 29 maggio 1873, e la gente si arrampicava sui pali pur di vedere passare il feretro. La salma era stata esposta per due giorni nell’aula del Consiglio comunale, a Palazzo Marino, prima dei funerali solenni in Duomo pagati dal Comune e della sepoltura in un «posto distinto» del Famedio, al Monumentale. Se n’era andato uno dei padri spirituali e non solo di quella che da poco era diventata l’Italia, e il minimo che si potesse fare era unirsi ad altri sconosciuti per salutarlo un’ultima volta. Il Consiglio comunale, riunito d’urgenza il giorno dopo la morte, aveva deciso anche di intitolargli la strada che allora si chiamava Corsia del Giardino: è da quel momento che esiste via Alessandro Manzoni.
Di certo uno degli artisti più iconici e riconoscibili, pioniere della lingua e alfiere della letteratura nazionale, senatore del Regno dal 1860. Che pure aveva avuto una vita non banale: irrequieto da giovane, affamato di studio e persone in età adulta, nevrotico ma di profonda cultura con l’avanzare del tempo. Soffriva di attacchi di panico e di agorafobia, e balbettava. Dei suoi dieci figli gliene sopravvissero solo due, Enrico e Vittoria. Alessandro Manzoni ha in qualche modo segnato l’evoluzione dell’umanità italiana, raccontando il successo dei deboli e le difficoltà di un amore povero e vero.
Morì nel 1873 per una meningite, complicanza di una caduta per cui batté la testa sui gradini della Chiesa di San Fedele, dove andava a pregare quasi quotidianamente (e dove oggi esiste una targa che lo commemora). Era la mattina del 6 gennaio, giorno dell’Epifania, e i gradini erano ghiacciati: seguirono centocinquanta giorni di malattia. Si spense alle sei e un quarto di sera del 22 maggio, nella sua casa di via Morone, poche settimane dopo aver perso anche il figlio Pietro. Esattamente un anno dopo, nella chiesa di San Marco (LINK), Giuseppe Verdi, che lo aveva incontrato una sola volta in vita sua, nel 1868, diresse la Messa da Requiem composta in sua memoria.
Lui che aveva più volte ceduto alle sirene parigine (dal 1805 al 1810, quando pare che perso tra la folla si rifugiò nella chiesa di Saint-Roch e ne uscì convertito, e poi di nuovo tra il 1819 e il 1820), finì col tornare e dire addio nella città dove era nato, aveva sofferto e che aveva immortalato nei Promessi Sposi, l’opera che non scadrà mai. La statua al centro di Piazza San Fedele lo rappresenta con la sua tipica e solo apparente seraficità. La fuse Francesco Barzaghi e fu inaugurata il 22 maggio 1883, nel decimo anniversario della morte, poche ore dopo che la salma era stata traslata al centro del Famedio. Dove Manzoni abitò per quasi sessant’anni si può visitare la Casa Museo dedicatagli (via Gerolamo Morone 1), con lo studio e la camera in cui morì. Anche se non serve certo quella, ai milanesi e agli italiani, per ricordarlo.