Grand Hotel et de Milan
Dove Giuseppe Verdi visse e morì
Poco meno di trent’anni dopo la morte di Alessandro Manzoni (per il quale aveva scritto la Messa da Requiem), nel 1901 fu Giuseppe Verdi a lasciare vuota un’altra sedia al tavolo dei miti. Fu colto da un ictus il 21 gennaio, e spirò per le conseguenze sei giorni dopo, alle 2.50 di notte del 27, mentre alloggiava al Grand Hotel et de Milan. L’albergo, progettato da Andrea Pizzala, era stato inaugurato il 23 maggio 1863 in quella che allora si chiamava Corsia del Giardino ed era la dimora storica del Maestro durante le sue permanenze in città fin dal 1872, soprattutto perché pressoché attaccato al Teatro alla Scala (e perché l’unico albergo a Milano ad avere un servizio postale e telegrafico, oltre a un modernissimo ascensore idraulico). Proprio di fronte, in via Bigli, l’amica contessa Clara Maffei teneva il suo celebre salotto.
Venuti a conoscenza del malore del Maestro, i cittadini iniziarono a radunarsi sotto il balcone dell’albergo, in attesa dei bollettini del medico, il professor Pietro Grocco, che la direzione esponeva al pubblico: per non disturbarne il riposo, il Comune fece cospargere l’intera via Manzoni di paglia, perché il passaggio delle carrozze venisse attutito. Fu amato, amatissimo dal pubblico milanese, che di fatto lo lanciò nel gotha dell’arte mondiale con le cinquantasette repliche richieste del Nabucco, nel 1842. Il leggendario coro Va’, pensiero sarebbe stato ufficiosamente adottato come canto di rivolta contro gli occupanti austriaci, nelle Cinque Giornate di qualche anno dopo.
Alla scrivania della sua stanza Verdi lavorò anche alle sue ultime grandi opere, su tutte l’Otello e il Falstaff, che si affermarono come suoi iconici trionfi. La sera della prima dell’Otello, il 5 febbraio 1887, la folla si radunò sotto le sue finestre e il tenore Francesco Tamagno, primo Otello della storia, si affacciò con lui al balcone e cantò per la strada qualche pagina dell’opera, fuori programma. La suite riservata a Verdi, la numero 105, al primo piano, è ancora oggi conservata con gli arredi dell’epoca, è visitabile quando è libera e regolarmente disponibile per prenotazioni ordinarie, mentre il letto in cui morì si trova nella villa di famiglia a Sant’Agata.
Verdi aveva chiesto funerali modestissimi, «senza canti e suoni», ma il corteo fino al Cimitero Monumentale fu seguito da una folla sterminata. Un mese dopo la sua salma e quella della moglie Giuseppina Strepponi furono traslate nella cripta che aveva voluto per sé. Trecentomila persone riempirono le strade e il giovane Arturo Toscanini diresse un coro di oltre ottocento voci in Va’, pensiero. Oggi Verdi riposa nella cripta della sua ultima, meravigliosa opera (la «più bella», diceva lui): la Casa di Riposo per Musicisti.
Non fu certo l'unico ospite eccellente dell'hotel. L’11 aprile 1902, poco più di un anno dopo la morte di Verdi, nella suite al terzo piano dove alloggiava il discografico americano Fred Gaisberg, un tenore napoletano di ventinove anni di nome Enrico Caruso incise in un paio d’ore dieci arie dentro una tromba di latta, per cento sterline. Furono i dischi che lo resero famoso in tutto il mondo, e quella stanza oggi è la junior suite 306. Da allora sono passati di qui Maria Callas, Rudolf Nureyev, Ernest Hemingway, Luchino Visconti, Eleonora Duse e i duchi di Windsor. L’albergo è stato rinnovato da Giovanni Muzio nel 1946 ed è gestito da tre generazioni dalla famiglia Bertazzoni.