Duomo
Il simbolo di Milano nel mondo
Il centro, il punto di partenza per definizione. La Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria (quindi decisamente più comodo chiamarlo Duomo) è la chiesa più grande d’Italia, con i suoi quasi dodicimila metri quadri di superficie: per voi che avete già alzato il ditino, pronti a contestare, San Pietro è in Città del Vaticano. Polli.
Simbolo della città per eccellenza, richiese quasi sei secoli per essere ultimato (1386-1965, se si accetta la convenzione che fa finire i lavori con l’ultima porta di bronzo, inaugurata il 6 gennaio 1965). Dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale uscì in piedi ma non proprio intonso: nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943 le bombe colpirono un arco rampante, abbatterono alcune statue e devastarono l’organo, e sul portale centrale, nella formella dell’Annunciazione, si vedono ancora oggi i segni delle schegge. Per la guerra si era anche rifatto il trucco: le vetrate furono smontate e messe al riparo in cantina, sostituite da enormi teli. La Madonnina, che non ha bisogno di presentazioni, fu avvolta in un telo grigioverde perché la doratura non riflettesse la luce del sole e non facesse da riferimento agli aviatori nemici, e lì sotto rimase per cinque anni.
La suddetta statuina è alta quattro metri e sedici centimetri e pesa quasi una tonnellata: trentatré lastre di rame dorato su un’anima d’acciaio inox, che nel 1967 ha sostituito quella originale in ferro, corrosa e oggi esposta al Museo del Duomo (LINK). Icona cittadina per eccellenza, disegnata dallo scultore Giuseppe Perego e modellata dall’orafo Giuseppe Bini, salì sulla guglia maggiore negli ultimi giorni del 1774 senza nemmeno una cerimonia. Una tradizione, che secondo molti divenne addirittura norma durante il ventennio fascista, rendeva impossibile costruire un edificio più alto della sommità dell’alabarda che la Madonna regge, a 108 metri e mezzo da terra (e che peraltro è un parafulmine). Si derogò per la prima volta, in maniera pittoresca, nel 1960.
In cima all’appena inaugurato Grattacielo Pirelli (LINK), alto 127 metri, fu posta su suggerimento dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) una replica della Madonnina di 85 centimetri, per rispettare le usanze. Lo stesso si è fatto nel 2010 per Palazzo Lombardia, che di metri ne ha 161, e nel 2015 per la Torre Allianz di CityLife, dove la copia, issata lungo la facciata, è stata sistemata rivolta verso il Duomo.
Furono necessari quasi sei secoli, dunque, per portare a termine il Duomo, o quantomeno arrivarci vicino: le impalcature di restauro sono praticamente onnipresenti, perché la gigantesca mole della cattedrale necessita di continui ritocchi. I lavori presero avvio nel 1386, come si legge su una lapide nella navata destra («El principio dil Domo di Milano fu nel anno 1386»), sui resti di due basiliche, Santa Tecla e Santa Maria Maggiore. A volerli fu l’arcivescovo Antonio da Saluzzo, e si cominciò in mattoni, come d’uso in Lombardia. Il primo ingegnere generale fu Simone da Orsenigo.
Fu un momento storico annunciato con squilli importanti. Papa Bonifacio IX dichiara Giubileo e invita i fedeli a donazioni e contributi, con indulgenze promesse a chi dava una mano, cassette per le offerte agli incroci e fanciulle vestite di bianco a raccogliere per le strade (contribuiranno tutti, dalle massaie ai mercanti più ricchi, come Marco Carelli, che lasciò alla Fabbrica trentacinquemila ducati e diede il nome alla prima guglia mai costruita); Gian Galeazzo Visconti mostra allora i muscoli: prende in mano il cantiere e impone il marmo delle sue cave di Candoglia, in Val d’Ossola, che verrà trasportato per il Naviglio Grande (LINK) esentasse: i blocchi arrivavano infatti con incise le iniziali AUF (ad usum fabricae), e da qui pare derivi il modo di dire milanese a ufo, a sbafo.
Il marmo di Candoglia è divenuto uno dei tratti distintivi del Duomo, con le sue venature panna e violacee, insieme ai proverbiali tempi dilatati che la costruzione richiese (ancora oggi i milanesi descrivono come longh come la fabbrica del Domm un’attività particolarmente durevole. Sono inoltre centotrentacinque le guglie che circondano l’edificio, con annesse statue (in tutto più di 3.400 tra interno ed esterno), ciascuna a rappresentare donne e uomini che hanno lasciato il segno: dagli Sforza a Dante Alighieri, da Napoleone a Primo Carnera, e poi una racchetta da tennis, una piccozza e uno scarpone da montagna. Sulla facciata, sopra il finestrone centrale, la Legge Nuova scolpita da Camillo Pacetti nel 1810 avrebbe ispirato, secondo alcuni studiosi, la Statua della Libertà.
Non perdetevi, infine, alcune chicche che valgono ogni centesimo del prezzo del biglietto (le foto sono in cima alla scheda).
- La meridiana: quella striscia d’ottone incassata nel marmo, che appena entrati vi scorre sui piedi, è per l’appunto una meridiana, tracciata nel 1786 dagli astronomi di Brera (LINK). Ai suoi lati si trovano dodici lastre, ciascuna con la raffigurazione di una creatura astratta o comunque surreale: sono i segni zodiacali. Da un foro aperto a quasi ventiquattro metri d’altezza sulla parete destra (potete imprecare se è coperto da impalcature per restauri) filtra il sole, che a mezzogiorno colpisce la linea all’altezza del segno in cui ci si trova. Serviva a dare l’ora alla città, perché in quell’anno il governo austriaco passava all’«ora francese», che contava le ore dal mezzogiorno e non più dal tramonto. Quando il raggio toccava l’ottone, un segnale partiva dal sagrato verso la torre del Palazzo dei Giureconsulti (LINK) e da lì al Castello Sforzesco, dove un colpo di cannone annunciava il mezzogiorno a tutta Milano. L’ultima sezione è in realtà sulla parete opposta al foro, dove la linea risale per tre metri perché il pavimento non bastava. Parvenza ovina, corna: il capricorno, l’unico segno issato sul muro. Perché è il mese del Natale, è il solstizio d’Inverno, quando il sole sta più basso e il raggio arriva più lontano, no? Se solo non fosse così somigliante al Diavolo, e l’astrologia non fosse una scienza pagana e non cristiana…
- La Nìvola: se avete la fortuna di entrare in Duomo il sabato più vicino al 14 settembre, non perdetevela. Altrimenti, alzando gli occhi verso la volta sopra l’altare maggiore, a una quarantina di metri d’altezza, scorgerete una lucina rossa. Segnala un reliquiario, che a sua volta custodisce uno dei tre (per alcuni sono quattro) chiodi utilizzati per la crocifissione di Gesù. Per la tradizione sant’Elena ne avrebbe fatto il morso del cavallo di suo figlio Costantino, e in Duomo sarebbe arrivato il 20 marzo 1461 dalla vecchia basilica di Santa Tecla. Non proprio una cosina da niente. La Nìvola è l’ascensore che serve a raggiungerlo: una nuvola seicentesca di legno, metallo e tela, dipinta con angeli e cherubini dal Duchino, Paolo Camillo Landriani. Ogni anno, ad aprire il Triduo del Santo Chiodo, l’arcivescovo vi sale per recuperare la reliquia in segno di devozione e richiesta di protezione. Oggi la Nìvola è meccanizzata; all’epoca la tiravano su a mano dal tetto un paio di dozzine di nerboruti. Il chiodo resta esposto ai fedeli per quaranta ore e il lunedì torna al suo posto.
- La statua di San Bartolomeo Scorticato: strepitosa e spaventosa. Il buon Bartolomeo apostolo non se la passò benissimo: fu torturato per la sua fede cristiana e scuoiato vivo. Il manto che la sua statua veste, infatti, è in realtà la sua pelle, scolpita da Marco d’Agrate nel 1562. Sul basamento c’è un’incisione, tutt’ora visibile, di una certa modestia: «Non me Praxiteles sed Marcus finxit Agratis», non mi ha scolpito Prassitele ma Marco d’Agrate. Come a dire che era venuta così bene da poter passare per un’opera di Prassitele, uno degli scultori più rinomati della storia (la Fabbrica, però, considera l’epigrafe un’aggiunta successiva, quindi la vanteria potrebbe essere di qualcun altro). In origine la statua era stata piazzata all’esterno del Duomo, ma nel 1664 fu portata all’interno, nel transetto destro, ufficialmente perché era un’esca validissima per visitatori e pellegrini. In realtà, si racconta, era troppo veritiera e spaventava bambini e passanti.
- La cripta di San Carlo Borromeo: lo Scurolo, come lo chiamano dal dialettale scuroeu, luogo buio. È il santo più amato di Milano, compatrono con il beneplacito di Sant’Ambrogio, che pur essendo il patrono della città appartiene a un’epoca remota. Cardinale fin da poco più che ventenne per volontà dello zio, papa Pio IV, e arcivescovo di Milano dal 1564, fu un riformatore instancabile e uno strenuo difensore dei principi ecclesiastici. Sostenne la popolazione durante la terribile epidemia di peste del 1576-77, passata alla storia con il suo nome. Il suo corpo, in abiti pontificali e con il volto coperto da una maschera d’argento modellata su quella di cera presa dopo la morte, riposa in un’urna di cristallo di rocca e argento. L’urna, disegnata dal Cerano e donata da Filippo IV di Spagna, si trova al centro della magnifica cappella ottagonale che Francesco Maria Richini progettò nel 1606, riaperta nel novembre 2023 dopo tre anni di restauri.
- La terrazza: per farvi pervadere da un senso di malinconica libertà. Vedervi circondati dalle guglie vi farà pensare alle vostre prime volte e ai vostri progetti, vi farà sentire minuscoli e al tempo stesso padroni della città. E magari vi scapperà un sorriso quando vi affaccerete sul sagrato geometrico in piazza e penserete che un tempo, neanche lontanissimo, lì passavano le auto ed era ancora più caos di quanto non sia adesso (il traffico fu chiuso nel 1969, quando le vibrazioni, insieme all’abbassamento della falda, avevano messo in crisi i quattro piloni del tiburio, e pezzi di marmo cominciavano a staccarsi e a cadere nelle navate). Vi guarderete negli occhi con le statue. E penserete che siete stati ingenui a non essere mai saliti in terrazza prima.