Chiesa di Santa Maria in San Satiro

Il tromp l'oeil di Bramante

L’arte a Milano ha spesso un volto misterioso, che impone una spiegazione o una scoperta. In pieno centro, ad esempio, si trova la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro (per i milanesi, semplicemente San Satiro): che di suo è già un luogo non esattamente comune, voluto da Gian Galeazzo Sforza nel ‘400 perché si rilanciassero le bellezze e le arti della città. O meglio, a volerla fu sua madre, Bona di Savoia: quando partirono i lavori, nel 1478, il duca aveva nove anni appena.

Si scelse un luogo denso di storia: nel IX secolo l’arcivescovo Ansperto fece costruire qui un piccolo sacello dedicato a Satiro, il fratello di Sant’Ambrogio, con accanto un campanile considerato tra i più antichi di Milano. Guardatelo dal lato di via Speronari: nel basamento sono murati pezzi di marmi romani e paleocristiani, tra cui una lastra con due pavoni. Sul muro esterno del sacello, verso la contrada del Falcone, c’era un affresco della Madonna col Bambino. Il 25 marzo del 1242, giorno dell’Annunciazione, un giovane squilibrato, tale Massazio da Vigolzone, in un accesso d’ira ci piantò un coltello, e dall’immagine sgorgò sangue, le cui tracce si vedono ancora sulla gola e sulla mano della Madonna, oggi incorniciata sull’altare maggiore.

Erano le prima tracce di un quartiere che non fu mai esattamente un monastero, per così dire: tra il sacello e l’attuale via Torino, che allora si chiamava via Lupa, c’erano le osterie della Lupa, della Fontana e del Falcone, luoghi di ritrovo malfamati e rumorosi. Vinse la devozione in ogni caso, fin quando nacque una confraternita che si prefisse di costruire una chiesa degna della Madonna del miracolo, e nel 1478 si cominciò a demolire sul terreno, manco a dirlo, sul quale sorgeva l’osteria della Lupa.

Oggi, in quello che sembra un edificio notevole, per carità, ma magari non clamoroso, si mimetizza un capolavoro assoluto dell’arte del Rinascimento: il corridoio che vedete allungarsi oltre l’altare, sul fondo. È finto. Fu realizzato dal Bramante, genio, matto, visionario, arrivato da poco in Lombardia dalle Marche: la chiesa era stata progettata per avere un coro profondo dieci metri (9,70 per la precisione), ma non erano stati fatti i conti con il retro della struttura, occupato da una contrada, l’attuale via Falcone, che non permise la realizzazione secondo l’idea originale, perché non si riuscì ad abbatterla. Il buon Bramante pensò allora di utilizzare l’unico metro disponibile (97 centimetri, a voler essere pignoli) e modellarci sopra, in stucco dipinto, un trompe l’oeil (che in francese vuol dire, alla lettera, inganno per l'occhio, una tecnica di rara sensibilità artistica) che è divenuto il simbolo assoluto di questo luogo seminascosto nel caos di via Torino.

Per smascherarlo basta spostarsi di lato rispetto all’altare: le arcate e la volta a cassettoni si schiacciano di colpo, e la magia svanisce. Già che ci siete, alzate gli occhi verso la lunetta in fondo al finto coro, dove il pittore Agostino Comerio, tra il 1818 e il 1820, ha dipinto proprio la scena di Massazio che colpisce la Madonna. Bramante firmò anche la sagrestia ottagonale, sul lato destro, rivestita di putti e teste in terracotta di Agostino De Fondulis e trasformata in battistero nell’Ottocento. L’ingresso è libero e ne vale assolutamente la pena.

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