Cimitero Monumentale
Il riposo dei milanesi illustri
Se pensando a un cimitero, come prima immagine vi viene in mente un luogo lugubre, con la nebbiolina che cala tra lapidi e ululati, vi conviene venire a dare un’occhiata qui quanto prima. Il Cimitero Monumentale di Milano è in realtà un tripudio di bellezza, che si rincorre tra i vialoni e i prati disseminati di ricordi e storie familiari. Più che un cimitero, un autentico museo senza pareti, che custodisce cappelle nobili, sculture evocative e un’infinità di racconti e leggende.
Fu realizzato su progetto di Carlo Maciachini (cui è dedicata anche una fermata della metropolitana) tra il 1863 e il 1887, per quanto già operativo nel 1866. La benedizione arrivò il 2 novembre, giorno dei morti, e lo stesso giorno vi fu sepolto il primo ospite, il compositore Gustavo Noseda, morto di tisi a gennaio prima di vedere una sua opera in scena alla Scala (LINK). Per arrivarci ci era voluto un quarto di secolo. Il primo concorso era stato bandito nel 1837 dal podestà Gabrio Casati, sotto gli austriaci. Seguirono progetti accantonati, un terreno bocciato per paura che inquinasse le acque e architetti morti nel frattempo: la commissione scelse Maciachini soltanto il 10 luglio 1863.
Il Comune sentì il bisogno di fondere dignità, decoro e soprattutto igiene alle sepolture. Prima del Monumentale, la città era puntinata di piccoli camposanti fuori dalle porte, i fopponi, che rendevano l’atmosfera piuttosto insalubre (le varie foppe, di cui ancora si scorgono le tracce (LINK Fopponino): vennero chiusi del tutto solo nel 1895, con l’apertura del Cimitero Maggiore di Musocco, e i milanesi sistemarono subito la gerarchia: il Monumentale per i sciuri, Musocco per i poveritt.
Il risultato, dopo svariati lavori di aggiunta e correzione nel corso degli anni, ammonta a 250.000 metri quadri destinati a raccogliere memorie e preghiere. Ma anche architettura e arte, a cominciare dal mastodontico e meraviglioso ingresso, dove Maciachini alternò in fasce orizzontali il bianco del marmo di Botticino e il rosso scuro della pietra Simona. Si passa poi per i porticati delle gallerie, fino alle singole camere di raccoglimento che le famiglie più nobili e in vista, ma anche gli sconosciuti abbienti e silenziosi, hanno voluto dedicare alla loro vita successiva. La corsa alla tomba monumentale partì soprattutto dal 1895, quando il Comune introdusse le concessioni perpetue. Davide Campari si fece mettere sulla tomba di famiglia un’Ultima Cena in bronzo, Gesù e i dodici apostoli a tavola, che Giannino Castiglioni realizzò nel 1935. Leonardo Bistolfi scolpì il dolore dei Toscanini per il piccolo Giorgio, morto di difterite nel 1906, in un’edicola dove dal 1957 riposa anche Arturo.
Un tempietto dorico ospita il primo crematorio d’Italia, voluto e pagato dall’industriale della seta Alberto Keller, che fu anche il primo a usarlo: morto nel 1874, aspettò imbalsamato due anni che i forni fossero pronti, e nel 1876 fu cremato davanti a scienziati, autorità e giornalisti. Al centro del cimitero c’è il monumento che lo studio BBPR dedicò nel 1946 ai milanesi morti nei lager nazisti. Un cubo di vetro custodisce una gavetta con la terra di Mauthausen-Gusen, dove era morto uno dei quattro soci, Gian Luigi Banfi.Sono presenti anche spazi per gli Acattolici, a sinistra guardando la facciata, e per gli Israeliti, a destra. Il riparto ebraico, disegnato dallo stesso Maciachini e aperto nel 1872, sostituì i vecchi cimiteri di Porta Tenaglia, Porta Magenta e Porta Vercellina. Conserva ancora un prato di piccole lapidi per i bambini morti tra il 1873 e il 1894.
Il Famedio, il «tempio della fama», è infine il fulcro di qualsiasi visita al Monumentale (gratuitamente accessibile dal martedì alla domenica, dalle 8 alle 18, e su prenotazione percorribile con una guida). Maciachini l’aveva disegnato come chiesa, ma dal 1869 si decise di farne il pantheon dei milanesi illustri: al centro si trova la tomba di Alessandro Manzoni, che di Milano è da considerarsi senza dubbio uno dei simboli. Ci arrivò il 22 maggio 1883, decimo anniversario della morte, in un sarcofago identico a quello di Carlo Cattaneo, che lo raggiunse l’anno dopo. Al centro della sala, sopra un basamento con i bronzi di Giannino Castiglioni, fu sistemato solo nel 1958.
Alle pareti, ogni 2 novembre, si incidono davanti al sindaco i nomi dei nuovi benemeriti, compresi quelli sepolti altrove. C’è Giuseppe Verdi, che proprio qui nel Famedio riposò per quasi un mese, dal 30 gennaio al 27 febbraio 1901, prima di essere traslato con la moglie Giuseppina Strepponi nella Casa di Riposo per Musicisti, seguito da una folla immensa e da un coro di oltre ottocento voci che intonava il Va’ pensiero sotto la direzione di Toscanini. E ci sono Herbert Kilpin e Giorgio Muggiani, che fondarono il Milan e l’Inter.
Con Manzoni, in questi enormi spazi paradossalmente vitali e ariosi, sono sepolte alcune delle personalità che più hanno scritto la storia della milanesità nel mondo, come Salvatore Quasimodo, Bruno Munari e, dal 2021, Carla Fracci, la prima donna. Nella cripta sottostante si possono salutare Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Alda Merini, Dario Fo e Franca Rame.