Navigli

Tutti li odiano, tutti li adorano

A nessuno piacciono i Navigli. Eppure tutti li adorano. Non esiste anima che non vi possa raccontare di aver lasciato qui almeno una minuta porzione della propria esperienza milanese, che sia stata una vacanza di pochi giorni o un trasloco definitivo. La maggior parte dei trapiantati a Milano vi descriverà serate universitarie a poco prezzo e paludosa afa estiva nel mezzo delle sessioni d’esami; quelli più in là con gli anni vi diranno che il delirio dei locali è insopportabile, che era meglio quando si stava peggio e tutto il resto. Inutile dirlo, non esiste una verità assoluta o un giudizio possibile.

I Navigli sono, e soprattutto sono stati, l’impianto cardiocircolatorio della città, quasi completamente invisibile oggi e molto spesso poco considerato, ma fondamentale alla crescita e allo sviluppo di Milano. Non soltanto economicamente, per la travolgente energia di vita di cui traboccano dal tardo pomeriggio, quando che piaccia o no attirano orde di umanità varia, grazie anche all’altrettanto varia proposta di ospitalità (capitanata da insegne come MaG e Rita). Più di tutto, e meno notoriamente, per i Navigli è praticamente passata la grandezza meneghina, a partire da circa otto secoli fa.

Il Naviglio Grande, quello storicamente accostato alla vita notturna di Milano, nacque nel 1177 come fosso d’irrigazione presso Tornavento, sul Ticino, e diventò interamente navigabile nel 1272. Fu l’inizio di una piccola ma decisiva rivoluzione per la vita cittadina, che grazie al nuovo sbocco avviò una scalata verso il progresso. Per le acque, spesso melmose, del canale passavano le merci più disparate, dai viveri alle stoffe ai materiali grezzi: chiatte silenziose che procedevano lentamente, tutto il giorno tutti i giorni, per poi ormeggiare nella Darsena e permettere lo scarico. Tale e tanto è stato il traffico fluviale, nei secoli, che ancora si possono vedere i segni degli ormeggi sulle balaustre in pietra (angolo con via Valenza). 

Fu tramite il Naviglio Grande che venne trasportato in città il marmo di Candoglia, necessario alla costruzione del Duomo (mica cavoli). Le cave appartenevano al duca Gian Galeazzo Visconti, promotore dell’opera, che nel 1387 concesse anche il trasporto del materiale senza dazi né tasse. Perché gli esattori riconoscessero la gratuità del trasporto, sul marmo veniva applicata la sigla AUF, iniziali di ad usum fabricae, ovvero destinato all’uso della Fabbrica (del Duomo). Da qui, vuole la tradizione, viene il modo di dire fare qualcosa a ufo, ovvero a sbafo, senza pagare. In via Conca del Naviglio si può ancora trovare la lapide con il decreto con cui Lodovico il Moro, nel 1497, esentava da pedaggi e dazi le barche cariche di materiali per il Duomo.

I Navigli proseguirono la loro funzione fino addirittura al 1979: il 30 marzo l’ultimo barcone carico di sabbia, partito dalle cave di Castelletto di Cuggiono, attraccò in Darsena. Il trasporto su strada era diventato troppo più economico, cambiava anche il panorama di chi il Naviglio lo aveva vissuto davvero (artisti, bohemiens, giornalisti) e i tempi correvano: andò concludendosi una vera e propria era, già intaccata dall’interramento dei Navigli interni tra il 1929 e i primi anni Trenta. Ciononostante, associazioni come Amici dei Navigli e Riaprire i Navigli combattono per riconsiderare il progetto dei canali cittadini, e nel referendum consultivo del 2011 quasi mezzo milione di milanesi, il 94 per cento dei votanti, si espresse per la riapertura. Lo studio di fattibilità presentato nel 2015 è rimasto però nei cassetti.

Rimane, lungo questi ultimi rivi, l’aria da acquerello che si può respirare al tramonto, o le luci pendenti sotto Natale, il Mercatone dell’Antiquariato dell’ultima domenica del mese, con quasi quattrocento banchi da viale Gorizia al ponte di via Valenza, e lo struscio continuo di chi tra qualche anno racconterà dei propri ricordi sui Navigli. Non piacciono a nessuno, ma li adorano tutti.

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