Quadreria della Ca’ Granda
I tesori custoditi nell'Ospedale Maggiore
L’imponente Ca’ Granda, per quasi cinque secoli sede dell’Ospedale Maggiore, da cui discende l’odierno Policlinico e dal dopoguerra quartier generale dell’Università Statale, fu voluta da Francesco Sforza nel 1456 per riunire in un solo grande ospedale i malati poveri della città; fu progettata dal Filarete (l’autore della porta di bronzo della Basilica di San Pietro, insomma non l’ultimo arrivato) e nel tempo pare abbia accolto nel suo sottosuolo circa mezzo milione di defunti. Vi furono sepolti fino al 1697, quando i miasmi convinsero gli amministratori a sigillare le camere e a portare i morti al nuovo cimitero di San Michele ai Nuovi Sepolcri, l’odierna Rotonda della Besana (LINK). Nel corso dei secoli la Ca’ Granda ha raccolto storie, donazioni e ricerche, che dal 2019, anche grazie ai volontari del Touring Club Italiano, è possibile riscoprire nel museo I Tesori della Ca’ Granda, con accesso gratuito e libero.
All’ingresso si viene investiti dallo splendore del Gonfalone d’Onore, un ricamo d’oro su seta disegnato dall’architetto Gio Ponti e benedetto in Duomo dal cardinale Schuster il 24 marzo 1935: un autentico pezzo unico di inestimabile bellezza italiana. Fu ricamato dalla manifattura fondata dai fratelli Giulio e Luigi Vittorio Bertarelli, quest'ultimo tra i padri del Touring Club stesso, neanche a farlo apposta. L’orafo Alfredo Ravasco realizzò aste e cimasa e regalò l’oro e le pietre: topazi, granati, rubini, cristalli di rocca e perle di fiume. La commissione avrebbe voluto un’Annunciazione più tradizionale, con l’angelo almeno inginocchiato e qualche colore in più, ma Ponti non cedette: il cherubino è rimasto in piedi, tutto d’oro.
Segue una sequenza di due sale che ospita esclusivamente ritratti: sono i benefattori dell’Ospedale, personaggi di spicco della vita milanese che in vita, o in eredità, hanno contribuito al mantenimento e alla progressione della struttura sanitaria. All’ospedale si donava di tutto, perfino uova e pollame, ma il ritratto toccava ai lasciti più cospicui, con due soglie di beneficenza stabilivano se al benefattore spettasse la mezza figura o la figura intera. La raccolta conta oggi oltre novecento dipinti, e qui ne è esposta una selezione con firme come Giacomo Ceruti, Francesco Hayez, Giovanni Segantini, Felice Casorati, Carlo Carrà e Mario Sironi, il cui ritratto del banchiere Carlo Carvaglio nel 1933 scontentò la figlia, che lo trovò troppo sommario e ruvido per restituire il carattere mite del padre. È curioso osservare il susseguirsi dei quadri, dai panneggi altisonanti del Seicento alle forme moderne e fluide del ventunesimo secolo opera degli allievi dell’Accademia di Brera.
Il corridoio che costeggia i ritratti ospita invece teche e scaffali, con un’esposizione di strumenti medici scelti da una raccolta di oltre duemila pezzi. Si va dalle apparecchiature per TAC ed elettrocardiogrammi fino agli inquietanti utensili per le operazioni di ostetricia. Sono i più antichi della collezione: appartenevano alla Regia Scuola di Ostetricia voluta da Maria Teresa d’Austria, si sono salvati dai bombardamenti del 1943 che distrussero il resto, e quando il parto si metteva male servivano a interventi demolitivi che salvassero almeno la madre. È un viaggio nel tempo che dimostra come, per fortuna, la tecnologia abbia aiutato il benessere dell’umanità.
L’ultima tappa è la cripta che si apre oltre il cortiletto in fondo, al di sotto della chiesa della Beata Vergine Annunciata. Il percorso divulgativo su archeologia e scienza racconta gli scavi che l’Università Statale conduce da oltre un decennio nelle quattordici camere sepolcrali. Gli antropologi forensi vi hanno ritrovato perfino cervelli conservati, con tracce di oppio, e nelle ossa di alcuni pazienti la cannabis, che la farmacopea dell’ospedale non prevedeva, e la coca, il cui uso in Europa risulta così anticipato ai primi del Seicento. La cripta ospita anche lapidari di metà Ottocento: la Ca’ Granda, infatti, fu riaperta come sepolcreto durante le Cinque Giornate di Milano, quando non era possibile portare i morti fuori dalle mura, e accolse circa quattrocento corpi. Dal 1860 un sacello ne custodì i caduti, fino al loro trasferimento, nel 1895, in piazza Cinque Giornate, sotto il monumento a loro dedicato.