Pinacoteca di Brera
"Il Bacio" e altre meraviglie
Centotrentanove quadri in tre sale: tanto bastò, il 15 agosto 1809, per festeggiare il quarantesimo compleanno di Napoleone, che quel giorno non era neanche a Milano. La Reale Pinacoteca nasceva dalla raccolta di modelli per gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, che Maria Teresa aveva voluto nel Palazzo di Brera nel 1776. A trasformarla in un museo furono Giuseppe Bossi, segretario dell’Accademia dal 1801, e il suo successore Andrea Appiani, «primo pittore» di Bonaparte in Italia, che dalle chiese soppresse delle regioni conquistate dai francesi fecero arrivare a Milano centinaia di pale d’altare. Per accoglierle l’architetto Pietro Gilardoni divise in altezza la chiesa sconsacrata di Santa Maria di Brera. Al piano terra lasciò le sculture antiche, in alto ricavò i grandi saloni che si chiamano ancora napoleonici e che sono tra gli ambienti meno cambiati in più di due secoli. Nel 1813 arrivarono anche Rubens, Jordaens, Van Dyck e Rembrandt, e nel 1882 la Pinacoteca si separò dall’Accademia.
Che passeggiata meravigliosa che è. Si respirano le correnti d'arte e di pensiero, soffermandosi tra alcune delle gemme più preziose della storia artistica mondiale, ciascuna con segreti e aneddoti da scoprire. Lo Sposalizio della Vergine, che Raffaello firmò e datò nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello, arrivò qui con un percorso tortuoso: nel 1798 il comune lo regalò, con un atto di cui si discute ancora la legittimità, al generale napoleonico Giuseppe Lechi, che lo vendette nel 1801 al collezionista Giacomo Sannazzari, che a sua volta nel 1804 lo lasciò in eredità all’Ospedale Maggiore (LINK). Brera lo comprò nel 1806, e in Umbria la ferita non si è mai chiusa, tanto che più volte il consiglio regionale ha chiesto almeno un prestito. Il 15 giugno 1958 un uomo salì sul podio davanti alla tavola, sfondò il vetro con un martello e vi lasciò conficcato un punteruolo. L’ultimo restauro, durato circa un anno e concluso nel 2009, si è svolto sotto gli occhi dei visitatori nel laboratorio trasparente che Ettore Sottsass disegnò nel 2001 al centro del percorso, nella sala XVIII.
La Cena in Emmaus di Caravaggio era stata dipinta nel 1606, durante la fuga da Roma dopo un omicidio, e poi venduta ai marchesi Patrizi, nel cui palazzo romano restò fino al 1939. Arrivò a Brera grazie a una piccola congiura. Il soprintendente Ettore Modigliani era stato allontanato dalle leggi razziali, ma il 27 aprile, da privato cittadino, scrisse una lettera confidenziale al ministro Giuseppe Bottai. Gli segnalava che il quadro era sul mercato e che l’Associazione Amici di Brera, presieduta dal senatore Ettore Conti, aveva i fondi per acquistarlo. Bottai autorizzò l’acquisto e ne informò solo a cose fatte il nuovo soprintendente Gino Chierici, che si infuriò. Per l’ostilità del regime la festa per l’arrivo del quadro fu annullata, e alla fine dell’anno l’associazione venne soppressa. In Pinacoteca era rimasta la vice di Modigliani, Fernanda Wittgens, che lui chiamava l’allodola. Nel 1940 ne prese la direzione, prima donna a guidare un grande museo statale italiano, e passò la guerra a imballare quelli che chiamava i «capolavorissimi», accompagnandoli sui camion fino ai rifugi. Fu lungimirante, perché nel 1943 i bombardamenti colpirono duramente il palazzo. Il 14 luglio 1944, dopo una delazione, Wittgens fu arrestata per aver aiutato ebrei e antifascisti a fuggire in Svizzera, e passò circa sette mesi in carcere tra Como e San Vittore. Tornata libera, affiancò Piero Portaluppi in quattro anni di cantiere, perché la Pinacoteca riaprisse il 9 giugno 1950. Wittgens morì nel 1957; dal 2014 è riconosciuta Giusta tra le Nazioni e un albero la ricorda al Giardino dei Giusti (LINK).